Esiste un equivoco di fondo, quando si pronunciano parole come “amore incondizionato” e “azione disinteressata”. Spesso le immaginiamo come una sorta di resa morbida, un perdersi nell’altro fino a dissolvere ogni confine, un dire sempre di sì, un accogliere senza mai opporre resistenza. Da questa immagine, nobile ma imprecisa, nasce il conflitto interiore di chi, immerso nella vita con i suoi ruoli precisi, genitore, coniuge, lavoratore, teme che la via spirituale possa chiedergli di abdicare alle proprie responsabilità. Come si fa ad amare senza condizioni il figlio che sta sbagliando, se il nostro ruolo ci imporrebbe invece di correggerlo, magari con fermezza? Come si concilia l’azione disinteressata con la necessità di dire di no a un collega, o di prendere le distanze da una persona vicina che ci sta facendo del male?
Il nodo della questione, nella pratica del Kriya Yoga e in ogni autentico percorso interiore, sta nel comprendere che l’incondizionatezza non è assenza di forma, e il disinteresse non è assenza di azione. Non si tratta di amare in modo sconfinato e indistinto, perché l’amore, per essere reale e non una mera proiezione mentale, deve poter attraversare la materia della vita, deve cioè incarnarsi in scelte precise, talvolta persino scomode e dolorose per chi le riceve. L’amore incondizionato non è l’amore che dà sempre ragione, ma l’amore che vede oltre la maschera dell’errore e dell’identificazione. È quello sguardo che riconosce nell’altro, anche nel momento in cui lo si deve allontanare o contrastare, la stessa essenza che abita in noi.
Qui entra in gioco il discernimento tra azione dharmica e azione karmica. L’azione karmica nasce dall’ego, dall’identificazione con un ruolo, una ferita, una paura. È l’azione reattiva: rispondiamo con durezza perché ci sentiamo feriti nell’orgoglio; accondiscendiamo per paura di perdere l’affetto; ci aggrappiamo a una relazione perché temiamo il vuoto. In ogni gesto karmico, per quanto possa apparire “giusto” o “amorevole” all’esterno, c’è un sottile tornaconto personale, una ricerca di conferma, un bisogno di proteggere l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’azione dharmica, al contrario, è figlia della connessione. Non nasce da un calcolo, ma da una radice più profonda: è l’azione che scorre quando, per un attimo, siamo in contatto con quell’essenza che non ha bisogno di difendersi né di possedere. È l’azione giusta non perché conforme a una regola morale esterna, ma perché è l’unica possibile in quel momento, data quella situazione e quelle persone, se guardiamo con occhi liberi dal giudizio.
E allora l’apparente conflitto con i ruoli si scioglie. Perché essere genitori, coniugi o lavoratori non sono maschere da abbandonare, ma terreni preziosi in cui esercitare questo discernimento. L’amore incondizionato verso un figlio non significa lasciare che segua tutte le sue inclinazioni, specialmente quelle che lo porteranno a soffrire e a far soffrire. Significa, al contrario, avere il coraggio di essere talmente presenti e connessi da poterlo fermare, da potergli mostrare con dolcezza ma senza cedimenti le conseguenze delle sue azioni karmiche. Significa accettare di diventare, per un attimo, il “cattivo” della situazione pur di non lasciarlo precipitare in un circolo vizioso più grande di lui. In quel gesto, che all’apparenza può sembrare duro, non c’è traccia di giudizio: non c’è la condanna morale, non c’è la rabbia, non c’è la frustrazione del genitore che pretende obbedienza. C’è solo la compassione di chi vede la trappola e cerca di indicare una via d’uscita, anche se questo significa infliggere un dolore temporaneo.
Lo stesso vale per una relazione di coppia o di amicizia. Ci sono legami che, per quanto intensi, si rivelano fondati su dinamiche karmiche, su scambi inconsci di energie che alimentano le reciproche identificazioni. Rimanere in quei legami per senso del dovere, per abitudine, o peggio per paura della solitudine, non è amore incondizionato. È, al contrario, il più sottile degli egoismi travestito da sacrificio. A volte l’azione più dharmica, più rispettosa dell’essenza dell’altro e della propria, è proprio quella di lasciare andare. Di allontanarsi con umiltà, riconoscendo che in quella forma, in quel momento, non è possibile una connessione che non sia tossica per entrambi. E si può lasciare andare una persona continuando ad amarla nell’essenza, senza giudizio, senza rancore, senza nemmeno la pretesa che lei comprenda le nostre ragioni. Si agisce per etica, non per rivalsa.
L’esempio dell’alcolista è forse il più chiaro. Negargli l’alcol è doloroso. Lui lo vive come una privazione, come un attacco alla sua libertà, forse come una mancanza d’amore. Eppure, chi compie quel gesto con vera compassione sa che non c’è alternativa. Sa che assecondare la richiesta significherebbe partecipare alla sua distruzione, alimentare il suo karma, legarsi a lui in una spirale di sofferenza che non gioverebbe a nessuno. Il “no” detto con umiltà, senza sentirsi superiori, senza giudicare la sua debolezza, è un atto d’amore molto più grande di qualsiasi “sì” compiacente. È un amore che non ha bisogno di essere compreso o gradito per essere tale. È un amore che confida nel fatto che, forse un giorno, l’altro potrà riconoscere in quel rifiuto il riflesso di uno sguardo che voleva solo il suo bene.
In fondo, l’amore incondizionato e l’azione disinteressata non sono una rinuncia alla responsabilità, ma il suo compimento più alto. Ci chiedono di smettere di agire in base a ciò che ci fa sentire bene o a ciò che ci fa apparire buoni agli occhi del mondo, per agire invece in base a ciò che è vero. E ciò che è vero richiede spesso di andare controcorrente, di sostenere il peso di una scelta impopolare, di sopportare l’incomprensione di chi ci sta accanto. Ma è solo attraversando questa tensione, questa apparente contraddizione tra l’amore e la forma che esso deve prendere, che si affina quel discernimento che è la sostanza stessa del cammino spirituale. Non si tratta di amare di meno, ma di amare con occhi più limpidi. Di agire non per essere amati, ma perché quell’azione è l’unica che possa restituire dignità e verità a chi la compie e a chi la riceve.
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